INCUBO IN UN SOFFIO DI APATIA

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COMPLICE NICHILISTICAMENTE -PUBBLICO UN TESTO PROFONDO E ABISSALE -DA PARTE DEL MIO AFFILIATO DI SANGUE “ORKELESH”

Piove a dirotto. Lo specchio si riflette e diviene “davanti” a me.
Piove, e il ticchettio assomiglia al pedante rumore del passo che calpesto mentre guardo lo specchio.
L’incubo che stanotte ha compresso e forzato il margine dei miei istanti, mi rimane addosso, come l’odore del fallimento.


Davanti erige ed emerge, insinua, produce, assomiglia e si sdoppia..è davanti, è il martirio del rimorso, di un pensiero che è succube dell’orrore di “non essere”.
Prendo, esco, avanzo, e percepisco questo luogo, che attraverso, ed è fessura e breccia, paragrafo della mia vita.
Istanti marginali si sbriciolano, e si liquefanno, iperbole che apre il vuoto del quotidiano, e preme e assottiglia l’enfatico prevenire di equilibrio.
Sento e voglio, il delirio del Nichilismo, preme e mi porta avanti a una scorciatoia, dell’armonico, e del mordace moderato, giudizio “obiettivo.”
Il delirio Nichilista offusca, ed è un dedalo di assonanze e dissonanze, intreccio di percorsi, che arrivano, e scompaiono, catapulta l’ipersensibile, e la sensazione di vita e morte, deliquio del male che vuole attirarmi nel suo permaloso Egoismo.
Ho perso i sensi, li sto perdendo, mentre “penso” di calpestare, un tratto di strada, che tratteggio prima, durante e nel “dopo”.
Il soffio in cui sento di essere attirato, è l’incubo delirante, che stanotte, mi ha mosso dalla mia comoda posizione, assunta a priori, per decidere di come vivere.
Afflato, che avanza, a tentoni, nel passo dell’ignoto, il concedere di un giudizioso assenso di colori all’emergere del buio.
Piove e “piove” ancora, le molecole della coscienza, che respirano attorno a me, le sento come aghi che conficcano lo sguardo del reale.
Il cielo cade, e si sdoppia, senza ordine alcuno, giacente e a se stante, in una correlazione di immaginazione.
Preme contro di me, prone al desiderio, risiede e appartiene, dove io non leggo, si staglia in un vacuo orizzonte, di appartenenza, senso alle cose, e conoscenza di un significato.
Rivolgo lo sguardo verso il fascino di qualcosa che si spegne, come brace in una notte di ebbro errare, incontrovertibile, e arbitrario, ordinare abulico di cognizione.
Aspro come l’asfalto di una metropoli urbana, con i codici e le regole composte in un sistema di valori, dove c’è l’inizio deciso da una finalità annichilente.
Assaggio e assaporo i pezzi di un percorso uniforme, che sputa davanti a me il suo, vezzeggio, fatto di grumi di verità identica.
Tacito, mi muovo tra gli spettri che coprono la caduta della pioggia, deciso a eludere, un sibilo di appartenenza, nudo verso quello che avulso, separato, dal mio sangue che riflette lo scalare e l’artigliare di una guerra a morte verso la società.
Sento, incorporo esalazioni di delirio Nichilista, oscillazione in un dinamismo di forza e volontà.
Chi siete “voi”? Appartenete al mio sangue? No!
Uno stitico lamento di povera mortalità, sbatte crudele, contro il mio corpo, cercando di spezzarmi una vertebra della “coscienza”, e questo lamento lo sento, addosso, come odore di umanità…ma combatto, voglio una guerra a morte con la società!

Orkelesh

 

 

 

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